Introduzione
Il caso affrontato dalla Corte di Cassazione, giunto a conclusione con l’Ordinanza del 3 settembre 2026, n. 24972, ha ripreso e confermato importanti principi in materia di residenza fiscale e di obblighi di monitoraggio degli investimenti e delle attività finanziarie detenuti all’estero. In particolare, la Corte ha ribadito che la precedente tassazione in Italia di somme depositate all’estero non esclude, quando dovuto, l’obbligo di indicare tali attività nel quadro RW.
La decisione richiama quindi l’attenzione su due aspetti distinti: la corretta individuazione della residenza del contribuente e la verifica degli obblighi dichiarativi relativi alle attività finanziarie estere.
La casistica
La vicenda su cui la Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi riguarda un’omessa dichiarazione di attività finanziarie estere relativa agli anni d’imposta 2008, 2009 e 2010, da parte di una contribuente coniugata con un residente di San Marino, titolare di un permesso di soggiorno permanente e che svolgeva attività lavorativa nel territorio sammarinese.
I dati sembravano suggerire che il centro degli interessi personali della contribuente fosse all’estero e che la sua residenza fiscale fosse pertanto da attribuire a San Marino, piuttosto che all’Italia. La contribuente era tuttavia rimasta iscritta nell’anagrafe della popolazione residente in Italia, senza iscriversi all’AIRE.
Le disponibilità depositate all’estero provenivano dalla vendita di un immobile situato in Italia e dal trattamento di fine servizio erogato dall’INPDAP, sul quale erano già state versate le imposte italiane.
La Commissione tributaria regionale dell’Emilia-Romagna aveva accolto l’appello della contribuente, valorizzando i suoi legami con San Marino e ritenendo prevalente la residenza di fatto all’estero rispetto all’iscrizione anagrafica italiana. La decisione era stata successivamente impugnata dall’Agenzia delle Entrate, che contestava sia questa ricostruzione della residenza fiscale, sia la rilevanza attribuita alla provenienza delle somme e alla loro precedente tassazione.
Individuazione della residenza fiscale ed iscrizione anagrafica
Un primo richiamo della Corte riguarda l’articolo 2, comma 2, del TUIR, nella versione applicabile alle annualità in esame. La norma prevedeva tre criteri alternativi per stabilire se una persona fosse fiscalmente residente in Italia: l’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente, il domicilio oppure la residenza civilistica nel territorio dello Stato, per la maggior parte del periodo d’imposta.
Era sufficiente che ricorresse uno solo di questi presupposti: l’iscrizione anagrafica italiana per la maggior parte dell’anno costituiva quindi un criterio autonomo, senza necessità di verificare anche la sussistenza del domicilio o della residenza civilistica.
La Cassazione ha ribadito tale principio nell’Ordinanza, escludendo che il trasferimento di fatto all’estero potesse superare il dato anagrafico, e ha stabilito che il permesso di soggiorno permanente a San Marino non fosse sufficiente a escludere la residenza fiscale italiana della contribuente, rimasta iscritta nell’anagrafe italiana. Ne deriva che la Commissione regionale, attribuendo prevalenza alla residenza di fatto all’estero, aveva applicato erroneamente la normativa relativa alle annualità contestate.
Occorre precisare che, in base all’articolo 1 del D.Lgs. n. 209/2023, le cui modifiche si applicano dal 1° gennaio 2024, mantenere la propria iscrizione anagrafica costituisce oggi un elemento di presunzione relativa di residenza fiscale in Italia, che il contribuente può quindi dimostrare contraria. Il dato anagrafico conserva pertanto rilevanza, ma il contribuente può dimostrare che non ricorrono gli altri criteri previsti dalla norma per radicare la residenza fiscale italiana: residenza civilistica, domicilio — inteso come centro delle relazioni personali e familiari — o presenza fisica in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta.
Il principio applicato agli anni 2008-2010 non va dunque trasferito automaticamente alle situazioni attuali: occorre individuare l’anno interessato e le disposizioni applicabili a ciascun caso, senza confondere il trasferimento materiale in uno Stato estero con i suoi effetti fiscali.
Disciplina del quadro RW e le somme già tassate
Il provvedimento analizza inoltre gli obblighi di monitoraggio previsti dall’articolo 4 del D.L. n. 167/1990 e le relative sanzioni disciplinate dal successivo articolo 5. La Corte di Cassazione ricorda che dichiarare le attività finanziarie detenute all’estero e pagare le imposte sui redditi sono adempimenti distinti.
Il monitoraggio degli investimenti esteri nel quadro RW costituisce infatti un obbligo informativo autonomo, che consente all’Amministrazione finanziaria di conoscere le attività e le movimentazioni finanziarie estere. Per tale motivo, la precedente tassazione del trattamento di fine servizio e la provenienza di altre somme dalla vendita di un immobile italiano non giustificavano l’omessa compilazione del quadro RW.
La Cassazione ha qualificato la mancata dichiarazione come una violazione sostanziale, poiché impedisce l’acquisizione delle informazioni necessarie al monitoraggio. Il principio riguarda le situazioni nelle quali l’obbligo dichiarativo sussiste: non significa che qualsiasi disponibilità estera debba essere indicata, senza considerare le condizioni e gli esoneri previsti dalla disciplina applicabile.
La decisione della Corte di Cassazione
La pronuncia ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, cassando la precedente sentenza regionale e respingendo il ricorso originario della contribuente contro il provvedimento sanzionatorio.
L’Ordinanza non introduce un nuovo obbligo di dichiarazione degli investimenti esteri, ma conferma principi già affermati dalla giurisprudenza: la residenza va verificata secondo le regole applicabili al periodo interessato, e la precedente tassazione delle somme non elimina gli autonomi obblighi di monitoraggio.
Risvolti pratici: l’importanza di una verifica della propria posizione fiscale
La pronuncia offre uno spunto concreto da considerare in situazioni analoghe a quella oggetto della decisione: residenza fiscale, dichiarazione dei redditi e monitoraggio delle attività estere devono essere esaminati insieme, senza tuttavia considerarli adempimenti equivalenti.
Il punto di partenza è la ricostruzione della situazione personale ed anagrafica del contribuente, con particolare attenzione ai periodi di detenzione delle attività estere e alle dichiarazioni già presentate, tenendo conto della normativa applicabile a ciascun anno.
In presenza di conti o investimenti all’estero, è quindi opportuno valutare la propria posizione prima di concludere che la tassazione già subita o il trasferimento all’estero escludano ulteriori adempimenti.
Fonti normative
- Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 3 settembre 2026, n. 24972.
- D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), articolo 2, comma 2 — testo applicabile alle annualità 2008-2010 e testo modificato dal D.Lgs. n. 209/2023.
- D.L. 28 giugno 1990, n. 167, convertito dalla legge 4 agosto 1990, n. 227, articoli 4 e 5.
- D.Lgs. 27 dicembre 2023, n. 209, articoli 1 e 7, comma 1.
- Agenzia delle Entrate, circolare 4 novembre 2024, n. 20/E.